I primi 40 anni di Chitarroni

 I primi 40 anni di Chitarroni
01.05.2008
Mario, i suoi primi 40 anni!
Il veterano Chitarroni non ha ancora voglia di smettere

BOLZANO. Quarant’anni, ma non li dimostra affatto. L’ultimo superstite dell’infornata di oriundi che ha fatto grande l’hockey italiano, la «generazione di fenomeni» che ha portato il Blue Team a stare a fianco dei mostri sacri. Mario Brian Chitarroni: un nome, una garanzia. Genio e sregolatezza, cuore e orgoglio, amore e attaccamento alla maglia azzurra. Alla faccia di chi critica gli oriundi, considerati poco inclini a metterci la faccia quando di mezzo c’è l’Italia e l’ennesima salvezza da mettere nell’album dei ricordi. Chissà che soddisfazione per lui, che di mondiali ne ha giocati in quantità industriale, arrivare a disputare la rassegna iridata nel paese in cui è nato e in cui tornerà a vivere. E di farlo con la maglia dell’Italia, il paese dei suoi genitori. «È un’emozione davvero speciale – spiega Chitarroni - tra l’altro è la prima volta che i miei parenti possono venire a vedermi giocare dal vivo. Da ragazzino, quando sognavo di diventare un giocatore di hockey, non avrei mai immaginato di trovarmi in questa situazione: pensavo alla Nhl, alle Olimpiadi, ma sono fiero di arrivare in Canada e di giocare per l’Italia». L’obiettivo, tanto per cambiare, sarà ancora una volta la salvezza, da conquistarsi possibilmente battendo la Danimarca nello scontro diretto del girone eliminatorio. «L’obiettivo è vincere sempre, non potrebbe essere altrimenti. Subito dopo arriva la Danimarca e la qualificazione per la seconda fase, cosa che, tra l`altro, ci verrebbe molto utile in chiave Olimpiadi. I danesi hanno talento, ma credo che Lettonia di Russia 2007 fosse più forte». Tra lui è coach Mickey Goulet è stato amore a prima vista: per il tecnico di Sherbrooke, la nazionale è diventata una sorta di seconda famiglia, e per alcuni dei suoi «fedelissimi» lui rappresenta una specie di secondo padre. «Proprio Goulet è l’allenatore della nazionale al quale sono maggiormente legato – conferma Mario – è un coach molto bravo, che cura ogni particolare. Ritengo che sia perfetto per la nostra squadra, anche perché non si fossilizza su un sistema di gioco ma lo cambia a seconda delle esigenze. E poi è un maestro, capace di insegnare ai più giovani». A proposito di giovani, molti vedono proprio in Chitarroni uno degli esempi da seguire, e l’ormai 40enne attaccante nativo di Cobalt, nell’Ontario, incorona Luca Ansoldi e Nicola Fontanive come suoi possibili successori. «L’hockey è molto cambiato da quando io ho iniziato a giocare in Italia – spiega - a quel tempo era maggiormente fisico. Oggi un giocatore con le mie caratteristiche farebbe molta più fatica ad imporsi. Però Luca Ansoldi, che tra l’altro ha dimostrato di essere un vincente con due scudetti in due stagioni, e Nicola Fontanive, hanno le caratteristiche giuste per diventare i Chitarroni del futuro». Già, il futuro. Di voglia di appendere i pattini al fatidico chiodo, Super-Mario non ne ha moltissima, anche se questo potrebbe essere il suo ultimo mondiale. Tutto dipenderà dalla selezione per entrare nella polizia canadese: «Se così non fosse – sottolinea - giocherò un altro anno. La voglia di farlo c’è, e rimarrei sicuramente ad Alleghe. Devo dire che sono un po’ stanco di girare di città in città, magari solo per una stagione. Voglio dare più stabilità anche alla mia famiglia, tanto più che in agosto nascerà Valentina, la mia seconda figlia». Chitarroni non è uomo che vive di rimpianti, anche se qualche sassolino nella scarpa, nella sua lunga esperienza azzurra, gli è rimasto: «La partita persa con la Germania che valeva la qualificazione alle Olimpiadi di Salt Lake City. Quello è sicuramente il ricordo più brutto. Anche il ricordo più bello è legato alla Germania: si tratta della rete messa a segno negli ultimi secondi di gioco che ci permise di battere i tedeschi ad Hannover, a casa loro, nei Mondiali del 2001».

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